
Finalmente Rob ha ripreso a parlarmi.

Finalmente Rob ha ripreso a parlarmi.
Sono tante le parole che potrei. Da tanti giorni, tante ore, ormai mesi sono soffocate nel mio cuore, sono relegate a semplici pensieri. E non prendono forma.
Che cos’è, dunque, una lunga parentesi vuota? Un silenzioso sussurro senza fiato?
O è forse un’attesa… Attesa che il tempo passi, come poi è solito fare comunque e inesorabilmente, anche senza che gliene sia chiesta un’attuazione. Attesa che tutto ritorni, i momenti, i riti, gli sguardi. Attesa che ogni fase prenda corpo, che si materializzi, che possa essere poi successivamente elaborata.
Probabilmente col passare del tempo si diventa davvero bravi a costruire delle corazze che possano essere utilizzate a seconda delle necessità, e le debolezze, le incertezze, le paure o i malumori, non sono altro che volatili, passeggeri ed assolutamente gestibili.
Finisce che le parole, i racconti e i pensieri che potenzialmente potrebbero essere, rimangano soffocati dai fatti, dalle assenze, dalle lontananze.
Voglio sempre essere migliore di quel che sono e allo stesso tempo fingo di essere minore di quel che in fondo so di essere. Bisognerebbe essere più sinceri con se stessi, essere fragili quando si ha la necessità di esserlo, ed essere forti, quando non ha senso fingere di non valere nulla. Non si può fingere nemmeno a se stessi.
Una continua incertezza è la colonna sonora del mio percorso. L’incognita su che ne sarà di me, su cosa fare e cosa scegliere, su come fare e sull’esserne all’altezza; anche quando so che mi basterebbe farlo, l’incertezza continua a dominare i miei movimenti. Probabilmente starà in me, ogni istante, ad ogni passo, ridimensionarla, temprarla, dargli una forma che è più consona alle situazioni.
Per ora continuo a stare qui. Aggrappata alle mie certezze, che porto nel cuore, impegnata negli obiettivi prefissati, con la presunzione che il fissarne continuamente di nuovi non possa che migliorare le cose.
In attesa di quel che sarà, di quel che saprò disegnare, delle parentesi che di continuo si chiudono e si aprono.
Triste e inconcludente si muoveva per le stanze vuote. Nessuno poteva sentirla, nessuno riusciva a vederla. Lo sapeva. Anche una sola presenza umana avrebbe potuto alleviare il suo umore.
A rilento pensava, svogliatamente faceva, come se ogni cosa non avesse importanza. Come se un semplice giorno avesse potuto spazzare via la sua serenità, quell’allegria che aveva caratterizzato le ultime settimane.
Gliel’avevano detto: “Sei triste vero?” E lei aveva negato. Non lo era veramente. Ma allora cos’era stato, un brutto presagio, o un commento di chi sapeva vederle dentro?
Ed ora era qui a fare i conti con quella stessa solitudine di un tempo. Come se nessun cambiamento fosse avvenuto, nessuna maturazione, crescita, come se non avesse ancora imparato a stare al mondo.
Da sola.
Tutti potevano invidiarla. Un’intera casa tutta per lei, non aveva catene, sarebbe potuta uscire, se solo l’avesse voluto, se avesse voluto voglia di farsi due passi. Eppure stentava, restava chiusa e protetta, come se quel luogo potesse proteggerla, potesse farla sentire in quella casa a cui oramai si era di nuovo abituata.
Ma lei se ne fregava degli altri. Aveva imparato a stare da sola, ma odiava le intere giornate. Lei non era una solitaria e non lo sarebbe mai stata. Necessitava di qualche ora tutta per sé ogni tanto, ma qualche ora era sufficiente. In compenso odiava mangiare da sola, le aveva sempre dato i nervi, odiava non poter parlare con nessuno, non fare una pausa caffè in compagnia.