domenica

La mia finestra


Mi risveglio da un lungo sonno.
Un riposo lungo una vita. In me ho serbato il divenire del mio essere. Ho conservato grandi bauli di ricordi, di passato da cui non riuscivo a liberarmi. Li ho portati con me come piccoli promemoria in un taccuino di parole. Le mie parole, i miei pensieri, i miei moniti per il futuro, che nemmeno io avevo la spinta a vivere.
Stamane ho capito. Devo lasciarli andare.
Devo far si che vivano la loro vita, che si sposino, abbiano figli e un calore familiare a cui tornare la sera. Devo accettare che ricostruiscano gli stessi incontri, che vivano nuovi appuntamenti, che facciano i loro passi verso quella che sarà la loro nuova vita.

Ed io?
Io mi libererò di questa fitta nebbia che pervade i miei movimenti. Lascerò che le giustificazioni svaniscano, che le superstizioni divengano fare.

Guardo fuori dalla finestra.
Ma tu non arrivi.
C'è stato tanto non detto fra di noi, ma questo appuntamento ce l'eravamo dati.
E allora io continuo a guardare fuori, fiduciosa che presto o tardi quell'angolo lo svolterai. Guarderai verso l'alto e con quel solo sguardo sapremo dirci tutto il non detto, tutto il taciuto, tutta l'ambiguità dei nostri silenzi.
Saprò aspettare. E' una vita che lo faccio.
Ma nel frattempo mi prenderò cura di me stessa.
Perché se non arriverai tu a tenermi la mano i miei passi proseguiranno da sola.

Ed oggi non ho più paura.

mercoledì

La spina è staccata e la corrente assente,
senza connessione è più semplice
far sì che l'improvvisazione muova,

passi non guidati, ma mossi.

Corteggiata,
stupita,
sospesa
e finalmente - davvero - leggera.

Tutto questo per un istante,
prima
del sopraggiungere del successivo stato di malinconia e tristezza.

Così, di tale consapevolezza,
diveniva una collezionista di piacevoli momenti.

martedì



Sorrido, di tanto in tanto.
Ricordo il detto e poi il non detto.
E di questo sorrido.

Penso alla gioia dei momenti
all'irrequietezza di una bambina
che ancora era istinto e azione,

Getto lacrime pesanti
e custodisco in me il loro inconfondibile sapore.

Come una naufraga, nuoto fino a riva
pronta a ricominciare.

Vivo.

lunedì


Ho bauli di splendidi ricordi in un angolo della mia stanza.
In essi momenti di vita, lunghe chiacchierate.
Passeggiate sulla battigia fino ad un punto lontano e poi ritorno.

Oggi più consapevole, ma infastidita dal perseverare dell'attesa,
l'azione latita e vorrei sentirmi risoluta.

La larva aspetta il realizzarsi della metamorfosi.
Fiduciosa e malinconica.



domenica

Caschetto

Cominciò tutto con un caschetto.

Quante volte aveva fatto quel gioco di piegarsi i capelli all’insù, come fossero corti e guardandosi allo specchio capire come poteva essere altrimenti. Poi un giorno aveva preso le forbici dal cassetto e con un taglio netto mise fine a quanto aveva in sospeso.

Così è. Si procrastina all’infinito, ci si perde in labirintiche supposizioni e contingenze.Tuttavia ad un tratto, tutto diviene chiaro. I cambiamenti ne sono la conseguenza.

A questo punto, si erano incontrati.

Il tipico bar dell’adolescenza di campagna. Dove inizia e finisce ogni serata, ogni giornata. Vecchi ai tavoli a giocare a marafone, ragazzini accodati al biliardo che fingono di saperne e bevono coca e rum, aspettando che il primo patentato li porti ad una discoteca della riviera.

Lei entra raggiante. Un tempo sarebbe stata vergognosa di sfoggiare cotanto cambiamento. I ragazzi sono al bancone a prendere il caffé e l’ammazza e si aggrega a loro. Guido la guarda, come fosse la prima volta ed è così che si conoscono, o meglio, si riconoscono.

Ecco le parole, una dopo l’altra, gli sciogli lingua i ghiaccioli di limoncello la musica gli amici le risate gli sguardi i giochi di parole le riflessioni sulla vita la terra che lega a sé lo spazio e il tempo.

E’ vero. Se doveva pensare ad un punto d’inizio era quello.

Quel caschetto.

giovedì

- Perchè, con i tuoi incantesimi infernali, mi hai strappato alla serenità della mia prima vita... Il sole e la luna brillavano per me senza artificio alcuno; mi svegliavo in placidi pensieri e all'alba piegavo le mie carte per fare le mie orazioni. Non vedevo nulla che fosse male, poiché non avevo occhi, non ascoltavo nulla che fosse male, poiché non avevo udito; ma mi vendicherò!

Discorso della mandragola
in Isabel de Egipto di Achim Von Arnim