lunedì

Biba


Cochi cochi coooo. Cochi cochi.
Cochi cochi coooo. Cochi cochi.
Cochi cochi coooo. Cochi cochi.
Cochi cochi coooo. Cochi cochi.

La tua voce mi riecheggia inconfondibile nelle mie orecchie.
Te ne sono rimaste poche di galline. E la mamma dice anche che non vada bene mangiare le loro uova.

Continui a chiamarle quelle galline. Chiusa in quella gabbia che è la tua malattia.
La stanza è assolata. Dall'ampia finestra entra la luce. Tu la guardi, ma chissà che ci vedi.
Ti dico che fuori è una bella giornata, seppur faccia freddo.
Ma tu sei indaffarata, non hai tempo per starmi a sentire.
- Ma che fai? Aiutami, che i bambini devono mangiare - mi dici.
Io ti assecondo. Mi da troppo dispiacere farti accorgere che quei tempi sono passati. Che oggi le nostre giornate sono di corsa e i tuoi bambini sono cresciuti, che non sono più nell'aia a correre, come tu li vedi.
Non lo chiami più Enno. Una parte di te sa che non è più lì ad ascoltare. A vederti non riconoscerlo. A scuotere la testa dal dispiacere. Ti aspetta altrove. No, non è andato nel fiume e nemmeno al bar, non è nel campo.
Ti chiamo. Ti saluto. Ti dico che ti voglio bene. Non te l'avevo mai detto.
Tu sembri trasalire - Anche io biba - mi dici.

Guardo quella stanza.
La luce continua ad entrare, ma tu non ci sei.
Quella vita, spesso tanto difficile, che abitava queste mura, se n'è andata.
Non sarete più a questa tavola.
Non sarete più sui gradini dell'ingresso e neppure sotto il grande albero in cortile.

Ma finalmente sarete liberi. E tutti e tre insieme.



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