Che strano.
La vita è contraddistinta da esperienze, parentesi più o meno lunghe, che lasciano un segno, più o meno profondo, più o meno evidente. Condividi intere giornate, ambienti, parole e momenti con persone che poi non vedrai più tutti i giorni, non sentirai forse più. Resto sempre con una certa amarezza, nonostante sia spinta dalla voglia di conoscere gente, di socializzare, dall’altra ho una pulsione a mantenere la mia cerchia definita e vicina. Non sopporto che dei bei rapporti, istanti di sincera condivisione scompaiano col semplice chiudersi di una porta
Ad ogni modo, come dicevo, anche questa è andata, è scivolata via.
Prima che la nebbia di questo novembre copra ogni mia impressione, ogni sensazione, ogni ricordo, vorrei qui fermare l’amarezza, l’apatia e la frustazione. Come per lasciare un segnale sensoriale di quattro mesi di vita, la mia vita in un’altra, fra le tante, parentesi.
Ancora non so nulla del mondo del lavoro, della musica, degli eventi. Mi sono soltanto affacciata dalla porta di servizio, rovistato tra gli archivi e i documenti da fotocopiare. Tuttavia credo che anche scaldare una sedia possa far provare delle emozioni, da cogliere, rielaborare ed utilizzare come input e moniti per ciò che verrà.
Temo che il mondo della musica tenda a contaminarsi, sporcarsi e perdere cuore, mano a mano che si fa importante e di rilievo. Il mercato, il pubblico, i soldi tendono, come in tanti altri settori della società – se non tutti, a legiferare e stabilire le regole. Non che io ne faccia parte, non che io ne sappia tanto, non che io faccia musica, ma se dovrò avere a che fare con tutto ciò spero e voglio che lo sia in contesti più piccoli, più miei, più sentiti, più voluti, più di cuore.
Trovo che le donne possano tanto, come e più degli uomini se lo vogliono, dalla loro hanno in più la civetteria, la possibilità di giocare col loro essere donne (non solo nei punti forti, ma anche in quelli di debolezza). Tuttavia credo che se una donna vuole arrivare tanto in alto deve sacrificare qualcosa. Questi sacrifici hanno fatto si che si formasse una persona come IV.
Iv non vuole brave collaboratrici, Iv non vuole persone che restino con lei per sempre. Iv vuole soffrire, essere sola, essere vittima. Il suo continuo mortificare le persone che ogni giorno cercano di raggiungere una perfezione che non è oggettiva, ma puramente vincolata dalla sua percezione di perfezione, non è altro che uno strumento che lei utilizza per affermare la sua superiorità, per sentirsi meno insicura, per sentirsi potente e migliore.
Resistere è bene: le ossa si induriscono e la schiena impara a stare più dritta. Ma sopportare fa sì che l’animo a poco a poco si appesantisca, che le accuse diventino consapevolezze, che le consapevolezze costituiscano il modo di essere.
Essere accusata ripetutamente di essere sbagliata nelle più becere cose, quali un indirizzo mail letto in fretta, un foglio archiviato non come si doveva, una luce non accesa o l’aria condizionata troppo bassa, le penne non perfettamente allineate; ed ancora, essere ripresa per un modo di parlare al telefono troppo cortese e lento e non abbaiato come meglio si addice alla persona per cui si sta chiamando, lo schioccare delle dita per un caffè, le imitazioni della corsa che dovresti fare per essere una brava assistente, essere accusata di balbettare e mentire. Purtroppo le “gag”, così mi piace chiamarle, erano tante e molte di più, forse la mia mente per tutelarmi ha deciso di resettare i particolari. Io non odio, non porto rancore, purtroppo commisero e provo pena per esseri di tale portata. Sono dispiaciuta per quelle ragazze che ho lasciato tra quelle mura che avevano più da perdere che i miei 200 euro.
Ho voglia di lavorare, di darmi da fare, di sgobbare, di guadagnare (ma non tanto, quel che basta), di fare una cosa in cui credo, per cui ho studiato, in cui ho investito. Questa è utopia? Fantasia? Uno stupido sogno di una neo laureata disoccupata?
Nessun commento:
Posta un commento